Non c’è cibo come quello di casa

Cucinare per sé stessi è uno dei pochi atti che ancora li fa sentire vivi, utili, “normali”. L’atto del prepararsi del cibo e mangiarlo con i propri amici e compagni di disavventura è un atto di libertà, di cura di sé, di convivialità. Ma il cibo costa. Abbiamo quindi contattato delle donne bosniache che, fin dall’inizio, hanno accolto come delle madri e delle sorelle questi giovani in viaggio.
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Sono migliaia i profughi e i migranti che lasciano le proprie case e i propri cari per attraversare la rotta balcanica ed arrivare in Europa cercando una vita dignitosa. I loro Paesi di provenienza sono la Siria, l’Afghanistan, la Palestina, l’Iraq e molti altri. La maggior parte di queste persone viene bloccata ai bordi dell’EU e si ritrova nella condizione di doversi fermare in Paesi quali la Bosnia. In questo caso, la Bosnia è un Paese ancora in forte difficoltà, (nonostante un ventennio sia passato dalla fine della guerra in Ex-Yugoslavia) e non è preparata ad accogliere e mantenere le persone in arrivo. Questo crea forti disagi sia a chi arriva e, non potendo andare avanti, si deve fermare nel Paese, sia ai cittadini stessi, che -per quanto solidali- non sanno come gestire i bisogni dei profughi e dei migranti. Da oltre tre mesi Ma Anche Noi -MAN- si trova nella zona di confine tra Bosnia e Croazia, nella cittadina di Velika Kladusa, portando avanti diversi progetti perché le persone sopravvivano al rigido inverno tipico dei Balcani. Qui vi presentiamo uno dei progetti.  

Non c’è cibo come quello di casa

  Viste le condizioni inumane che i ragazzi trovato al campo profughi gestito dall’IOM (International Organization for Migration) a 4 chilometri da Velika Kladusa in Bosnia, molti di loro scelgono di lasciare il campo e di vivere in strada, in palazzi abbandonati, senza corrente elettrica, senza riscaldamento e, naturalmente, senza la possibilità di avere un bagno e una doccia.  

Situazione abitativa al Campo Ufficiale Miral
La cena per una persona al Campo Ufficiale Miral

Questa scelta di vita fatta da più di duecento persone è la dimostrazione pratica di quanto il “campo ufficiale” chiamato Miral non sia adeguato e preparato per ospitare le persone. Attualmente, come appena accennato, sono circa duecento le persone in strada. Si trovano in diversi luoghi isolati, in piccoli gruppi di amici, che variano dalle 2 alle 10 persone per gruppo; chiameremo i gruppi “unità abitative”. Attualmente siamo in contatto diretto con 61 unità abitative. Il contatto quotidiano con loro e il rapporto di fiducia instauratosi ci permette di visitare le loro “case”, che sono calde esclusivamente dal punto di vista umano, in quanto l’ospitalità di cui sono capaci queste persone è enorme. Veniamo invitati a mangiare con loro che, cucinando per noi, si sentono di nuovo umani e alla pari.  

Un gruppo di ragazzi intenti a cucinare la cena presso la loro “abitazione” alla quale hanno invitato alcuni volontari

 

Davanti ad un supermercato, padre e figlio sperano di ricevere qualcosa dai passanti, tenendo un cartello con scritto “ACCETTO CIBO, GRAZIE”

Di fatto, le persone devono mangiare ogni giorno. Il “ristorante gentile”, gestito da quattro uomini bosniaci veterani di guerra permette di fare gratuitamente un buon pasto come pranzo, ma il freddo dell’inverno e la stanchezza di una quotidianità ostile fanno si che un pasto al giorno non sia sufficiente.  

 

 Il pranzo offerto dal “ristorante gentile”, aperto ogni giorno, 7 giorni su 7, e il gerente del ristorante che tiene in mano un cartello che dice “NESSUNO È MORTO DI FAME DURANTE LA GUERRA NESSUNO MORIRÀ DI FAME ADESSO”   I ragazzi, quindi, provvedono alla propria colazione e cena autonomamente. Cucinare per sé stessi è uno dei pochi atti che ancora li fa sentire vivi, utili, “normali”. L’atto del prepararsi del cibo e mangiarlo con i propri amici e compagni di disavventura è un atto di libertà, di cura di sé, di convivialità. Ma il cibo costa. Abbiamo quindi contattato delle donne bosniache che, fin dall’inizio, hanno accolto come delle madri e delle sorelle questi giovani in viaggio. Una di loro ha un piccolo negozio di alimentari a conduzione famigliare. Con lei abbiamo fatto il seguente accordo: settimanalmente le diamo direttamente i soldi, quantità che si aggira attorno ai 3’600 marchi, quindi 1’800 euro. I ragazzi hanno ricevuto un foglio, attraverso il quale si sono registrati; per ogni unità abitativa c’è una persona di contatto che tiene la tessera.  

Esempio del foglio che MAMA avrà per la contabilità di ogni gruppo
Esempio della tessera che ogni gruppo avrà con sé

  In media il gruppo può spendere 60 marchi a settimana (30 euro). Ogni volta che necessitano di comprare del cibo per cucinare, basta loro recarsi presso il negozio di “MAMA” (così la chiamano da oltre un anno), prendere i beni culinari necessari, eventualmente il gas per il fornellino che usano per cucinare e mostrare la propria tessera a MAMA. Lei si occupa di riportare sul foglio il prezzo, la data e i beni che la persona ha comprato, ridando poi il foglio al legittimo proprietario. MAMA fa poi lo scontrino che tiene da parte, nell’apposita mappetta del gruppo che ha fatto l’acquisto. Questi scontrini vengono settimanalmente consegnati a noi, così che possiamo mantenere la contabilità e mostrare ai donatori dove vanno i soldi, nonché capire se le unità abitative hanno sufficiente nutrimento. Nel negozio di MAMA non si vendono né sigarette né alcolici (da sempre) e questo è un ottimo modo per prevenire abuso di sostanze che in queste condizioni vitali è a volte esistente.   Con questo progetto cerchiamo di sostenere sia i profughi e i migranti che si trovano fermi ai confini dell’Unione Europea, sia le persone locali, bosniaci che già vivono in una situazione precaria mai risanata dopo la guerra, che da sempre hanno dimostrato la propria solidarietà verso chi è in difficoltà.   Sul campo da tre mesi consecutivi, i volontari di Ma Anche Noi -MAN- stanno cercando di trovare soluzioni sia a breve che a medio e lungo termine, perché le persone mantengano la propria dignità.  

 

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